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Tra le nebbie che circondano le isole della Laguna veneziana, ad inizio aprile, avviene un miracolo. Che ha il sapore di un rito antico: la castraura del carciofo violetto di Sant’Erasmo. Si tratta dei primi fiori nati dalle ghiotte piante nutrite di terra salmastra, e saporitissimi, che vengono castrati alla nascita e rappresentano una meraviglia di bontà. Sono piccoli e preziosi come cuccioli di carciofo. Ottimi da mangiare crudi, superlativi nel risotto, stupendi in qualsiasi modo. Dopo aver tagliato il primo fiore, la pianta riesce a produrre altri 18-20 carciofi che si chiamano botoi. Non è comodissimo andare a Sant’Erasmo, ma le castrature si possono acquistare al mercato di Rialto. Costano un po’, ma ne vale la pena.

ODE AL CARCIOFO

DI PABLO NERUDA

Il carciofo dal tenero cuore si vestì da guerriero,
ispida edificò una piccola cupola,
si mantenne all’asciutto sotto le sue squame,
vicino al lui i vegetali impazziti si arricciarono,
divennero viticci,
infiorescenze commoventi rizomi;
sotterranea dormì la carota dai baffi rossi,
la vigna inaridì i suoi rami dai quali sale il vino,
la verza si mise a provar gonne,
l’origano a profumare il mondo,
e il dolce carciofo lì nell’orto vestito da guerriero,
brunito come bomba a mano,
orgoglioso,
e un bel giorno,
a ranghi serrati,
in grandi canestri di vimini,
marciò verso il mercato a realizzare il suo sogno:
la milizia.
Nei filari mai fu così marziale come al mercato,
gli uomini in mezzo ai legumi coi bianchi spolverini erano i generali dei carciofi,
file compatte,
voci di comando e la detonazione di una cassetta che cade,
ma allora arriva Maria col suo paniere,
sceglie un carciofo,
non lo teme,
lo esamina,
l’osserva contro luce come se fosse un uovo,
lo compra,
lo confonde nella sua borsa con un paio di scarpe,
con un cavolo e una bottiglia di aceto finché,
entrando in cucina,
lo tuffa nella pentola.
Così finisce in pace la carriera del vegetale armato che si chiama carciofo,
poi squama per squama spogliamo la delizia e mangiamo la pacifica pasta
del suo cuore verde.

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Lo chiamavano il Marchesino pittore. E infatti era sia marchese che pittore. E anche poeta. Filippo De Pisis (1896-1956) è stato uno degli artisti meno omologati del Novecento. E ha seguito la sua poetica con assoluta indipenenza rispetto alle mode, alle scuole, ai temi e ai proclami. Il suo stile è quello di una tardo impressionismo energizzato, con una pennellata vivicissima, e spesso fremente. I suoi soggetti preferiti: i ragazzi (militari, marinai, garzoni e tutto l’immaginario omo del tempo), pesci, frutta e verdura. Compreso il carciofo. Ma anche paesaggi urbani di Parigi e Venezia, strade che sembrano un Utrillo aggiornato. Per saperne di più: filippodepisis.org

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